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"Ho ancora gli occhi da cerbiatto" di Salvatore Claudio D'Ambrosio


In #collaborazione con l'autore, oggi vi parlo di un piccolo libro di sole 70 pagine pubblicato dalla CSA Editrice: "Ho ancora gli occhi da cerbiatto" di Salvatore Claudio D'Ambrosio.


"Ho ancora gli occhi da cerbiatto" di Salvatore Claudio D'Ambrosio

  • Numero di pagine: 70

  • Formato: Libro - Brossura

  • ISBN: 9788893542050

  • Prezzo: € 10

  • ⭐⭐⭐⭐⭐

 
Non è una storia facile da leggere, piacevole, edulcorata, ma è una storia vera. La mia storia. E se ho deciso di raccontarla è per due motivi: perché le storie vanno raccontate, e perché questa possa dare un barlume di speranza a qualcuno che magari pensa di aver toccato il fondo. È la storia di un sopravvissuto, che però non hai mai smesso di sperare che le cose potessero migliorare.

Un'autobiografia, quella dell'autore, un libro in cui si racconta e si scopre totalmente con tutte le sue fragilità e i suoi punti di forza. La sua storia non è facile da digerire, perché già difficile dalla nascita. L'autore nasce nel 1987 in Brasile come Claudio, ma rinasce in Italia, adottato da due coniugi napoletani, come Salvatore Claudio D'Ambrosio.

E un po' la mia prima croce è stata nel nome. Salvatore, ma di chi? Dei miei genitori? Di me stesso? Del mondo?

Cresce tra aspettative e senso del dovere, tra razzismo e bullismo, in una famiglia che non lo ha mai capito, ascoltato, compreso. L'autore racconta del travagliato "non rapporto" con il padre e della totale mancanza di comprensione della madre. Veniamo a conoscenza anche dell'adolescenza e del periodo universitario, degli amori falliti e delle passioni nascoste, dell'incapacità di emergere per paura del giudizio e della delusione altrui.

Perché se c'è una cosa, che sin da piccolo avrei voluto sperimentare, è stata la libertà di far schifo e di far scelte sbagliate senza dover per forza sentirmi gli occhi di tutti addosso.

La morte del padre, la richiesta di un aiuto psicologico, la scoperta di avere ancora la famiglia biologica dall'altra parte dell'oceano, la speranza mai persa e sempre presente anche se spesso accantonata.

 
È un libro personale, nel senso che racconta la mia visione, e sottolineo mia, di ciò che mi è accaduto. Non ci sono effetti speciali, non ho inventato proprio nulla. I sentimenti descritti, narrati, sono autentici.

"Nonostante tutto sono vivo", dice nell'epilogo. Nonostante la vita, direi. Questo libro mi è sembrato quasi uno sfogo, più che un semplice racconto autobiografico, ma autentico, schietto, totalmente sincero nel bene e nel male. L'ho letto e riletto, in questo mese, entrando sempre di più nella mente dell'autore, in empatia con lui, provando i suoi sentimenti, i suoi rimorsi. Perché ci sono i sentimenti alla base di questo breve racconto personale, sentimenti potenti come rabbia, paura, timore, frustrazione, dolore.

[...] Perché il primo istinto, per quanto possa essere brutto a scriversi, e doloroso a leggersi, fu quello di lanciarsi giù. Il motivo nasceva da una serie di concause. La frustrazione, il dolore di aver visto il proprio padre vivo un istante prima e morto un istante dopo, il senso di esser stato la persona sbagliata nel posto sbagliato, [...] la paura del dopo, del doversi reinventare, del farsi carico di tutta una serie di responsabilità che credevo fossero ancora molto lontane da me, incombenze che io non avrei mai voluto avere così, senza chiedere.

Il racconto della morte del padre è crudo, toccante, angosciante. E non è difficile capire, leggendo le pagine successive, perché l'autore ne abbia parlato proprio in questo esatto modo, così lacerante e distruttivo. L'autore si mette a nudo in questo libro, narrando di rapporti non facili, anzi quasi deleteri per un bambino prima, un adolescente poi. L'essere stato adottato, quindi "abbandonato" da una famiglia biologica, ha fatto sì che si sentisse tutta la vita in debito, in dovere di mantenere una promessa implicita: rispettare il volere dei propri genitori senza creare troppi problemi.

Tolto dalla povertà, da una vita senza comfort, e preso da una famiglia che ti aspettava come se fossi quella promessa che in qualche modo doveva essere mantenuta. E come cresci? Con un perenne senso di dover dimostrare che quella promessa sarà mantenuta, un po' perché ci metti del tuo, un po' perché nessuno ti ha mai detto sin da subito che è vero, ti hanno reso figlio, ma hai al contempo reso qualcun altro genitore.

In più, l'essere figlio unico, adottato dopo dieci anni di tentativi, e l'essere di colore, più intelligente della media, hanno sempre creato aspettative di cui essere all'altezza. Il bambino deve saper giocare a calcio, poi deve giocare a basket tutti i fine settimana, deve andare al liceo scientifico, deve... Il senso del dovere instillato in un bambino così piccolo ha creato un grande trauma, un'ossessione, una ricerca costante di una perfezione impossibile da raggiungere. Ma cosa può derivare da tutto questo? Il senso perenne di fallimento, di delusione, un mondo intero sulle spalle di chi in realtà non ha nessun potere e nessun obbligo, di chi desidera soltanto poter essere se stesso in un mondo in cui nessuno più lo è.

Certe cose a furia di sentirmele dire me le sono cucite addosso, non con l'eleganza di un vestito bello per le grandi occasioni, ma con la rabbia che quello fosse davvero l'unico abito che fossi meritevole di poter e dover indossare.

Sì, perché qui non si tratta di rispettare le aspettative proprie, ma quelle altrui. Non si tratta di non deludere se stessi e gli altri per pensieri che derivano dalla propria persona, ma di sentirsi dire "fallito", "incapace", umiliato giorno per giorno da coloro che pensava l'avessero in realtà salvato. Ed è qui che spunta il senso di colpa, come descritto dall'autore. Il senso di colpa nasce anche per le cose più stupide, per un appuntamento mancato, per una scadenza non rispettata, per una dimenticanza al supermercato forse, persino per la malattia del padre.

Un adolescente che cresce così immaginate come si possa sentire rispetto a ogni fatto della propria vita. Quindi il cattivo voto a scuola diventava oggetto di umiliazione verso me stesso, la partita di basket giocata male diventava un dramma emotivo in previsione anche del dopo.

C'è già la società che ci impone di adeguarci a degli standard, di bellezza, di successo. Perché dare un carico così elevato a un ragazzo che sarebbe dovuto essere il dono più prezioso che la vita potesse dare? Mi è difficile capirlo, è difficile anche solo analizzarlo. E' così che, dopo il senso di colpa, passiamo alle bugie, alle verità non dette per paura di ripercussioni, di parole taglienti, di deludere le famose aspettative già basse, a quanto pare, in partenza.

Il problema è che il tutto a un certo punto ti esplode tra le mani e crollai sotto il peso delle mie bugie.

Crescendo, l'autore diventa quasi più consapevole di se stesso. Non che le battute sarcastiche e i commenti poco piacevoli non feriscano con l'età matura, ma sicuramente si impara a distinguere ciò che serve da ciò che non serve, ciò che importa da ciò che, ormai, non importa più. L'autore ci parla della sua vita, certo, ma facendolo espone anche l'importanza dei counseling psicologici, di un aiuto che va oltre quello famigliare o amicale. Ma si tratta di cercare il giusto supporto, non quello dato perché costa meno, bensì quello che aiuta realmente a superare traumi di cui forse non siamo neanche a conoscenza.

Non esistono frasi memorabili, non esistono abbracci, non esistono emozioni, esiste solo una tremenda paura. Non si è mai pronti, neanche dopo quasi 7 anni di Malattia, e neanche se il lutto è improvviso.

Importante tema, toccato all'inizio come alla fine del libro, per cui può essere necessario un intervento psicologico, è il tema del lutto. Non importa se un rapporto è distruttivo, non importa se quello stesso rapporto ha causato danni quasi irreparabili; non si è mai pronti alla morte. Come non si è pronti alla violenza, alle molestie, al razzismo, o alla scoperta di avere una famiglia dall'altra parte del mondo. Sono argomenti importanti, quelli affrontati dall'autore in sole 70 pagine. Ma tra tanti negativi, spunta quello positivo, forse il più importante: la speranza.

Non ho però mai perso la speranza, neanche nelle sere peggiori, neanche quando ho vomitato l'impossibile dalla mia bocca.

Quando cadi puoi solo rialzarti, quando cedi al peso della delusione, delle aspettative, dei giudizi, a quel famoso peso del mondo, "basta" solo buttarlo da parte e ricominciare a respirare a pieni polmoni. E' questo quello che vuole comunicarci l'autore, l'importanza di continuare a vivere verso qualcosa di migliore. So di essermi dilungata molto in questa analisi (più che recensione), ma quando qualcosa ti colpisce così, quando ti arriva tra le mani qualcosa di così inaspettato, puoi soltanto essere grata, riconoscente, lasciando andare il flusso di pensieri verso la scrittura. Ringrazio infinitamente l'autore per avermi fatto questo regalo, perché ha acceso quel barlume di speranza, con me c'è riuscito.

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